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Il Girotti fu quindi arrestato il 29 agosto 1944, a Torino, dalla polizia fascista, in base ad uno stratagemma che faceva leva proprio sulla carità cristiana del frate.

Ma chi informò la questura dell’attività clandestina del frate, e soprattutto chi poteva essere a sua volta così bene informato da rivelare anche il nome del prof. Diena che il Girotti stava effettivamente proteggendo?

Padre Egidio Odetto, il domenicano allievo del Padre Girotti che nel 1959 ne scrisse per primo una breve biografia[1], afferma testualmente: “Puntualmente, come vuole l’insopprimibile legge dello scontro del bene e del male nelle umane vicissitudini, a fianco dell’intrepido religioso si profilò un Giuda che gli giurò odio per tanto zelo di religiosa commiserazione”. In base alla conoscenza attuale dei fatti è comunque impossibile ricostruire con certezza cosa sia realmente accaduto: la delazione – questa è l’unica cosa certa – comunque ci fu e, come dimostra la stessa dinamica dell’arresto, fu precisa e circostanziata. Chi si è prestato a questo tradimento conosceva bene il Girotti ed era bene informato riguardo alla sua attività clandestina.

Il Padre Girotti quindi, come si è detto, fu rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino ed ivi rimase per circa tre settimane. Durante questo breve periodo il Padre Balocco, priore del convento torinese di San Domenico, si recò più volte all’albergo Nazionale di Piazza San Carlo, in cui aveva preso sede il comando locale della Gestapo, per intercedere per la liberazione del nostro Frate dal momento che il comandante di allora Schmidt era un austriaco cattolico, ma senza ottenere alcun risultato. Il 21 settembre 1944 il Girotti venne incolonnato con altri prigionieri nell’androne del primo braccio delle Nuove per essere trasferito temporaneamente nel lager di Bolzano ed in quell’occasione conobbe don Angelo Dalmasso, un giovane sacerdote, arrestato per aver celebrato la Messa durante la notte di Natale tra i partigiani stanziati sui monti Cuneesi, che condividerà con il nostro Domenicano tutti gli orrori del campo di Dachau. A Bolzano la prigionia si rivelò sulle prime meno dura da sopportare, tanto è vero che in una sua testimonianza lo stesso don Dalmasso definisce questo campo di detenzione “una breve parentesi di relativa tranquillità”. I due religiosi furono assegnati alla raccolta delle mele nei frutteti lungo l’Adige e, tra gli altri detenuti, il nostro Domenicano ebbe la ventura di incontrare il comandante partigiano Franco Ravinale, originario di Alba, con il quale poté scambiare ricordi e confidenze riguardo alla comune città natale. Nella tradizionale festa della Madonna del Rosario, proprio mentre i due religiosi stavano recitando questa pia orazione, venne dato l’ordine dell’adunata generale e corse immediatamente voce tra i prigionieri che era giunta l’ora di partire per la Germania. Contrassegnati con il triangolo rosso i due sacerdoti furono condotti alla stazione ferroviaria di Bolzano e qui vennero stipati con diversi altri detenuti sui carri bestiame per essere trasportati, dopo un viaggio durato un giorno ed una notte, nella cittadina di Dachau, un pittoresco paese poco distante da Monaco di Baviera che ebbe la tragica sorte di vedere sorgere nel proprio territorio comunale il più antico di tutti i lager nazisti. Lasciamo che sia don Dalmasso a narrarci la loro drammatica entrata in questo campo di detenzione:“Padre Girotti ed io eravamo in testa con i nostri abiti religiosi che ci erano stati restituiti poco prima della partenza. Un militare germanico si avvicinò a Padre Girotti e dopo avergli strappata violentemente di mano la valigia cominciò ad urlare ed a malmenarlo. Parlava in tedesco e non capivamo. Un prigioniero vestito con una certa cura si avvicinò a me e in latino mi disse che bisognava lasciare tutto e spogliarsi completamente, conservando solo le scarpe: noi due religiosi per primi! Padre Girotti mi ricordò la decima stazione della Via Crucis e iniziammo assieme l’umiliante operazione sotto una pioggerellina d’ottobre penetrante fin nelle ossa”. Era il giorno 9 ottobre 1944 e dopo questa aberrante accoglienza i due sacerdoti vennero assegnati alla baracca 25 del lager di Dachau e furono contrassegnati con il loro numero di internamento, ovvero 113355 per quanto riguarda il Padre Girotti e 113285 per don Dalmasso. In questa baracca trascorsero la quarantena che durò praticamente fino alla fine del mese. Durante le quarantene che venivano messe in atto in tutti i campi di concentramento tedeschi, è bene metterlo in evidenza, il detenuto trascorreva un lungo periodo di isolamento in cui non poteva lavorare e quindi non aveva diritto alle pur magre razioni di cibo che erano distribuite ai deportati che svolgevano la loro opera all’interno del lager. Il prigioniero veniva quindi lasciato languire per un periodo più o meno lungo con un vitto giornaliero scarsissimo. Al termine di questo sfibrante periodo i due religiosi furono trasferiti nella baracca 26 riservata agli ecclesiastici e affollata in modo inaudito: basti pensare che nonostante fosse stata costruita per ospitare poco più di 180 persone, nella sua struttura originale ne conteneva in realtà 1.090 nonostante una stube, ovvero uno dei quattro padiglioni in cui era stata suddivisa, fosse stata adibita a Cappella per la celebrazione delle funzioni! Venne quindi assegnato loro un lavoro ed il Girotti dovette svolgere la sua opera nel plantage, ovvero una vasta tenuta agricola che vantava tra i propri azionisti i maggiori dirigenti del partito nazista quali Himmler e Goebbels. Qui il nostro Frate fu costretto ad estrarre, usando solamente le proprie mani, le patate dai magazzini ossia profonde fosse riempite di tuberi e poi ricoperte di terra, che funzionavano praticamente come giganteschi frigoriferi per la conservazione degli ortaggi. D’inverno, ovviamente la terra era ghiacciata e le mani si ferivano e sanguinavano. Il lavoro inoltre doveva essere eseguito a carponi, senza un attimo di sosta, praticamente dall’alba al tramonto, sotto la pioggia, la neve, le sferzate degli aguzzini addetti alla sorveglianza, molte volte con gli abiti inzuppati dall’acqua. In queste condizioni di lavoro così disumano non tardarono a comparire i primi sintomi delle malattie che lo portarono ben presto ad agonizzare nel revier, la terribile infermeria del campo in cui imperversavano sui prigionieri malati il prof. Schilling ed il dottor Rascher, due medici criminali che conducevano esiziali esperimenti sui detenuti ricoverati. Il Girotti accusò quasi subito un forte dolore lombare unito ad una febbre alta e, grazie all’aiuto di un certo mons. Sperling, di nascosto dai tedeschi poté essere visitato da un medico cecoslovacco, anche lui detenuto nel lager, che gli riscontrò un principio di nefrite e di artrite. Per l’interessamento di questo medico gli fu sospeso il lavoro nel plantage e fu adibito a fare asole alle tende militari e ad attaccare bottoni, attività quest’ultima che fu interrotta verso la fine di febbraio dallo scoppio di un’epidemia di tifo petecchiale che causò la morte, in tutto il lager, di circa diecimila internati e che, tuttavia, non colpì il nostro Domenicano. Ma la fine del Padre Girotti era ormai prossima: nonostante il lavoro meno sfibrante a cui era stato sottoposto, il male di cui soffriva si aggravò e dal 1° marzo 1945 dovette restare in baracca tormentato da dolori reumatici e da gonfiori alle gambe. Dopo circa due settimane, il gonfiore si era ormai esteso a tutto il lato destro del corpo. Lo stesso medico cecoslovacco, che aveva sollevato il nostro Frate dal duro lavoro del plantage, lo fece trasferire in infermeria sotto la sua cura e, dietro esame radiologico, gli diagnosticò un probabile carcinoma. Nel frattempo fu tolto dalle cure del medico cecoslovacco e fu affidato ad un medico tedesco. Durante la permanenza in infermeria, per circa una decina di giorni, il nostro Frate fu assistito dal Padre Manziana (poi Vescovo di Crema), anche lui detenuto nel lager e ricoverato nel revier, fino al Mercoledì Santo quando il Manziana venne dimesso. Benché fosse ormai molto sofferente non sembrava ancora giunto in punto di morte, perciò quando il 1° aprile 1945, Domenica di Pasqua, giunse la notizia del suo decesso si pensò immediatamente che la fine del Domenicano fosse stata accelerata con una iniezione venefica, come si era soliti agire nel revier di Dachau con i malati considerati inguaribili o comunque ingombranti, bocche inutili da sfamare. Invano, alla notizia della sua morte, don Dalmasso, Padre Manziana ed il domenicano Padre Roth di Colonia ne ricercarono il corpo allo scopo di identificarne la salma,si è però sicuri che il cadavere del nostro Frate non venne incenerito perché i forni crematori avevano cessato di funzionare da circa tre mesi per mancanza di combustibile: il Padre Girotti fu quindi sepolto in una fossa comune sul Leitenberg, una collina che sorge a circa tre chilometri dal campo di Dachau.

Con che spirito il Padre Girotti trascorse la sua breve permanenza (poco più di cinque mesi) nel lager bavarese? Nel limite del possibile, per quanto sorprendente possa sembrare, egli non cessò di praticare la carità cristiana e di dedicarsi ai suoi studi biblici. Aveva infatti stretto amicizia con un pastore luterano con il quale, nei rari momenti di libertà, discuteva dei problemi riguardanti la Sacra Scrittura e pare che proprio a Dachau avesse iniziato a preparare un commento sul libro del profeta Geremia. Tenne inoltre due conferenze sulle virtù teologali, mentre il 18 dicembre 1944 scrisse una poesia in latino per la commovente ordinazione sacerdotale del diacono tedesco Karl Leisner, amministrata clandestinamente all’interno del lager da mons. Piquet, Vescovo di Clermont Ferrand, anche lui internato nel campo di detenzione bavarese. Il Leisner, da tempo malato di tubercolosi, si spegnerà nel sanatorio di Planegg il 12 agosto 1945, pochi mesi dopo la liberazione. Il 21 gennaio 1945 ormai gravemente malato, il nostro Domenicano pronunciò in latino un’omelia sull’unità dei cristiani, a noi felicemente pervenuta. Sappiamo inoltre che, quando il lavoro e la salute glielo permettevano, si ritirava a pregare nella Cappella che la Gestapo, per espresso interessamento della Santa Sede, aveva permesso di instaurare nel blocco 26 e che ogni mattina, alle 4 circa, partecipava alla Messa e riceveva la Comunione. Per quanto riguarda la carità che il frate, nonostante le vessazioni da lui subite, ha praticato anche tra i reticolati elettrificati del lager, è quanto mai illuminante questa testimonianza rilasciata da don Dalmasso: “Restammo una ventina di giorni nella baracca della quarantena, quasi completamente nudi e con un cibo scarsissimo... Un giovane prigioniero, anziano del campo, venne a cercare Padre Girotti, era il Padre Leo Roth, priore dei Domenicani di Colonia, da vari anni internato a Dachau. Portò al Padre Girotti un pezzo di formaggio.

Padre Girotti che si consumava come tutti per la fame, se ne privò, lo diede a me dicendo: ‘Tu sei più giovane e ne hai più bisogno’. Lui aveva 39 anni, io ne avevo 24. Sento ancora adesso il rimorso di quella porzione di formaggio, ma era la sopravvivenza”. Per renderci maggiormente conto di quanto potesse essere costato al nostro Frate questo atto caritativo, basti pensare che don Paolo Liggeri, sacerdote deportato a Dachau con la stessa imputazione del Girotti che ha avuto la straordinaria forza d’animo di tenere un vero e proprio diario di prigionia, ha scritto in tale memoriale, pochi giorni dopo la morte del Domenicano: “Io non so come sia stato. Oggi, era tale lo spasimo della fame, che per un attimo mi è sembrato di poter addentare e gustare anche la carne umana. Non so come sia stato. Ora fremo di ribrezzo”[2]. Come è stato in seguito suffragato da diversi studi psicologici condotti a tale riguardo, lo scopo principale dei lager era quello di distruggere l’individuo non solo nel corpo ma anche nello spirito: il prigioniero infatti, prima di morire, non solo doveva sfinirsi nel lavoro bestiale che gli veniva imposto fino allo stremo delle sue forze, ma distrutto dalla fame e dalla paura doveva trasformarsi a poco a poco in un essere irrazionale ed istintivo, molto più simile ad un animale selvatico che non ad un essere umano. Solo in questo caso si poteva essere sicuri che le idee che avevano portato il prigioniero ad essere un nemico del Terzo Reich non sopravvivessero alla sua fine carnale. Ma è proprio su questo terreno che il lager, scontrandosi con una personalità così forte e risoluta come quella del Girotti, ha perso la sua battaglia più significativa: ben lungi dal ridurre un uomo di fede al puro stato di sopravvivenza animale ne ha, al contrario, messo in evidenza la coerenza, la cultura, l’eroica fedeltà ai principi religiosi, tanto è vero che appena la notizia della morte del frate si diffuse per il campo, una mano ignota scrisse presso il suo giaciglio San Giuseppe Girotti, a riprova della stima che il Domenicano godeva presso i suoi stessi confratelli di detenzione.

Quattro settimane dopo la morte del nostro Frate, domenica 29 aprile 1945, alle ore 17,20, i primi reparti dell’esercito americano entravano vittoriosi nel lager e il giorno seguente tutto il campo di Dachau brulicava di bandiere di ogni nazionalità: sulla baracca 26 sventolavano i colori pontifici. Con la mancata distruzione di determinati registri di detenzione si è potuta reperire l’Häftlings-Personal-Karte del Padre Girotti ovvero la sua scheda personale di prigionia, sulla quale troviamo scritto:

 

VERHAFTUNGSGRUND: UNTERSTÜTZUNG AN JUDEN

ovvero “Ragione dell’arresto: aiuto agli ebrei”.



[1] Si veda ODETTO E., Un martire della carità, Torino 1959.

[2] LIGGERI P., Triangolo rosso, Ed. La Casa, Milano, IV edizione condotta sulla I del 1946, p. 295.