Stampa

È logico pensare che durante la sua permanenza nel convento di San Domenico di Torino il Padre Girotti non abbia più frequentato il ricovero degli anziani Poveri Vecchi situato praticamente nella parte opposta della città ma è indubbio che abbia continuato a svolgere un’intensa attività caritativa. Un sacerdote missionario che era stato suo allievo ha affermato che il frate gli chiese personalmente dei vestiti per la gente bisognosa che lui assisteva, mentre un suo confratello ha asserito che tutte le volte che passava nel convento torinese in cui risiedeva il nostro Domenicano questi gli chiedeva sempre del denaro per i suoi poveri. Lo stesso Priore della comunità, durante i primi anni della Seconda Guerra Mondiale ed in particolare dopo il giorno dell’armistizio, poteva notare che il Padre Girotti giungeva in convento carico di pacchi, sovente in ritardo, e si giustificava di ciò unicamente dicendo:

“Tutto quello che faccio è solo per carità”.

Giuseppe Gastaldi, ex partigiano e autore di una squisita testimonianza riguardante il nostro Domenicano scritta in vernacolo piemontese[1], riferisce tra l’altro di essere stato inviato dal Padre Girotti a Buriasco, nei pressi di Pinerolo, per recuperare per sé e per la propria famiglia, che si trovava nell’indigenza a causa della guerra, una buona scorta di cibo che il frate era riuscito ad accumulare con l’aiuto del Cappellano dell’ospizio.

Padre Girotti quindi, con l’aiuto di altri sacerdoti, praticava durante la guerra una carità squisitamente evangelica, consistente nel procurare alla povera gente angariata dalla fame e dal freddo generi di primaria necessità, quali cibo, vestiti, talvolta piccole somme di denaro. Senza dubbio fu proprio con questa convinzione che lo stesso Priore del convento non ritenne necessario indagare ulteriormente sui frequenti ritardi del nostro Frate o sulla destinazione dei pacchi da lui portati. Ma il Girotti, in particolare dopo la fatidica data dell’armistizio, si era spinto ben oltre e la sua maggiore opera caritativa si svolgeva massimamente nella clandestinità dal momento che costituiva un rischio mortale per chiunque la stesse compiendo: egli infatti portava soccorso e offriva asilo agli ebrei, ai figli d’Israele crudelmente perseguitati dalle forze nazifasciste.

Non è facile al giorno d’oggi ricostruire l’azione clandestina del nostro Domenicano nonostante la capillare indagine compiuta al riguardo dagli stessi Frati Predicatori, proprio a causa del prudente e necessario riserbo con cui il Girotti ha sempre agito in proposito: sappiamo tuttavia che si è occupato di una signorina ebrea di Alba, nipote del rabbino Deangeli di Roma, accompagnandola ad Arona e facendola espatriare in Svizzera sulle acque del lago Maggiore. Dalla ricostruzione storica possiamo renderci conto anche di quale rischio mortale tale evento abbia effettivamente comportato, in quanto il fatto è senza dubbio avvenuto nel settembre 1943 e con ogni probabilità i due sono giunti ad Arona il giorno 15 di quel mese, ovvero nello stesso giorno in cui una divisione SS, la Leibstandarte Adolf Hitler, aveva iniziato ad occupare le ridenti cittadine di Meina e di Arona per dare inizio alla prima strage degli Ebrei compiuta sul suolo italiano. Le truppe della Leibstandarte, che il 13 settembre 1943 avevano già occupato Baveno, tra il 15 ed il 23 settembre trucidarono con efferata crudeltà 54 persone ebree. I cadaveri di sedici di esse furono gettati nel lago ed alcuni di questi corpi nei giorni seguenti furono visti galleggiare vicinissimi alla riva. I militari tedeschi tuttavia impedirono qualsiasi tentativo di recupero: le salme pertanto furono nuovamente trasportate al largo e vennero squarciate a colpi di baionetta per facilitarne l’affondamento definitivo.

Le acque di quello stesso lago, per la ragazza ebrea protetta dal Padre Girotti, rappresentarono invece una provvidenziale via di fuga: ella infatti riuscì ad imbarcarsi ad Arona ed a giungere sana e salva in Svizzera. Questa vera e propria operazione di soccorso e di salvataggio compiuta dal nostro Frate parrebbe a prima vista un fatto quasi miracoloso, specialmente se si tiene conto che i due avrebbero momentaneamente preso alloggio presso l’hotel Sempione di Arona proprio nello stesso giorno in cui una pattuglia di militari tedeschi vi aveva fatto irruzione ed aveva arrestato quattro persone ebree che, in seguito, vennero tutte ferocemente trucidate. Occorre tuttavia tener presente che le squadre naziste agivano a colpo sicuro, in base a delle precise delazioni o addirittura a delle liste di proscrizione estorte ai vari uffici dei comuni occupati e questo spiegherebbe la ragione del mancato arresto del Girotti e della ragazza ebrea che, essendo appena giunti ad Arona, non erano affatto conosciuti in tale luogo.

Incisiva e commovente è la testimonianza pubblica dell’avvocato ebreo Salvatore Fubini pronunciata a Torino il 25 aprile 1959, durante l’inaugurazione della lapide in ricordo di Padre Girotti, collocata nel chiostro del convento di San Domenico: “Chi ha l’onore di parlare dinanzi a Voi... fu un perseguitato dal nazifascismo che perdette diciotto dei suoi famigliari in quegli orribili campi di sterminio in cui doveva terminare il suo apostolato l’indimenticabile Padre Girotti... Egli fu mio amato compagno di studi e doveva provvidenzialmente darmi asilo in quel periodo infausto nel benedetto Collegino di Carmagnola... In quella casa io fui accolto come ordinò Gesù... Nel rustico edificio di Carmagnola trovai la più squisita ed affettuosa e disinteressata delle ospitalità”.

Lo stesso Fubini, in altra occasione, ha affermato che il nostro Domenicano, con l’aiuto dei suoi confratelli, ha dato rifugio a diversi altri ebrei perseguitati dai nazifascisti ma al momento attuale della maggior parte di loro si è persa ogni traccia.

Sappiamo invece che ha aiutato e nascosto il professore ebreo Giuseppe Diena, insigne medico gastroenterologo e libero docente presso l’Università di Torino, noto in tutta la città come medico dei poveri per l’aiuto che questo eccezionale uomo di scienza era solito dare alla gente bisognosa, e che proprio sul Diena si è imperniata tutta la diabolica trappola ordita dalla polizia fascista che ha portato, con l’aiuto di un traditore, all’arresto del Padre Girotti e dello stesso professore.

Lasciamo che sia la testimonianza del figlio Giorgio a narrare la tragica cattura del Diena e del nostro Frate: “Mio padre, ebreo di nascita, era noto per il suo antifascismo che lo aveva portato in carcere da parte del Tribunale Speciale. Subito dopo l’8 settembre fu quindi necessario lasciare la nostra casa in Via Mazzini 12, trovando ospitalità, credo proprio per interessamento del Padre Girotti, in un primo tempo presso delle suore... e successivamente, a seguito di una segnalazione di pericolo nella villa di nostri amici. Dopo pochi giorni mio fratello Paolo ed io raggiungevamo le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà in val Pellice... L’11 ottobre 1944 mio fratello cadeva in uno scontro con le forze tedesche. Ho saputo della cattura di mio padre verso la fine di novembre sentendo per caso una mamma che era venuta in val Maira a trovare il figlio, dirgli: ‘Hanno preso il prof. Diena’. Noi vivevamo con un nome di battaglia ed io dovetti in silenzio raccogliere la notizia, senza far trapelare quello che stavo vivendo in quel momento. Subito dopo la liberazione ho cercato di ricostruire quanto era accaduto. Mio padre, nel suo assoluto isolamento, aveva più volte ricevuto visite dal Padre Girotti... Il 29 agosto 1944 Padre Girotti ricevette una telefonata... Ho potuto ricostruire con una certa sicurezza, che gli era stato detto che c’era un partigiano ferito cui occorrevano urgentemente cure da una persona di fiducia, e questa persona poteva essere il Diena, medico chirurgo. Sulla macchina che attendeva di fronte alla Chiesa vi era effettivamente una persona sul sedile posteriore con un braccio fasciato. Padre Girotti, non potendo pensare ad una così infame mistificazione, ma certamente convinto di dare aiuto a chi ne aveva bisogno, fece trasportare il ferito. La loro macchina era seguita a distanza da altre tre o quattro, anch’esse occupate da forze fasciste della Repubblica Sociale. Alla villa la porta venne aperta essendo stato riconosciuto Padre Girotti... Al cospetto di mio padre chi accompagnava il ferito gli chiese ‘Lei è il professor Diena?’. Alla risposta affermativa scattò l’operazione di cattura, essendo stata nel frattempo la villa completamente circondata. Vennero portati alle Carceri Nuove, ognuno su una macchina separata, la signora, suo figlio (ovvero gli effettivi padroni della villa che avevano dato ricetto al Diena – N.d.T.), Padre Girotti e mio padre. La signora è rimasta incarcerata per circa venti giorni... Il figlio è stato inviato nel lager di Bitterfelm, da cui è rientrato dopo la liberazione. Mio padre è stato ucciso a Flossenbürg il 2 marzo 1945 (a bastonate, mentre stava imboccando un povero vecchio sfinito dalla consunzione – N.d.T.). Padre Girotti è morto a Dachau il 1° aprile 1945.

Pochi giorni dopo la liberazione mi venne segnalato che ad Asti era stato fermato un repubblichino che si era vantato di aver partecipato alla cattura del prof. Diena. Recatomi alle carceri di Asti potei procedere a un breve interrogatorio di questa persona, di cui non ricordo il nome, che mi confessò che in quell’occasione, organizzata dalla Questura fascista di Torino, aveva recitato la parte del partigiano ferito”.



[1] GASTALDI G., Padre Giuseppe Girotti 1905-1945, un frà piemontèis màrtir a Dachau, Turin, november 2000.